Editoriale del Presidente

COMMIATO

Ci sono quelli che, sin da piccoli, sentono forte la vocazione per fare il prete; io, leggendo da ragazzetto la Cittadella, provai forte la vocazione di far parte del Consiglio dell’Ordine dei Medici. Me lo immaginavo così come l’avevo letto: un consesso di uomini severi, barbuti, canuti e tanto saggi da poter giudicare altri medici. E’ evidente che per poter aspirare a tanto avrei dovuto laurearmi in Medicina, cosa che feci al momento giusto e nei tempi giusti. Dopo un periodo di Ufficiale Medico in SPE, affacciatomi alla professione, non figlio d’arte come usa dire,
trovai le cose ben diverse da come ce le raccontava Archibald Cronin e soprattutto mi resi conto che la maggior parte dei colleghi non viveva al riparo e nell’isolamento di una Turris eburnea e neppure in una Cittadella, solitamente intesa come struttura fortificata, ma si trovava rinchiusa in un indifeso villaggio, assediato e sottoposto ai continui assalti dei politici di ogni banda, dei pazienti impazienti ed esigenti con quotidiane guerriglie tra poveri.
Eravamo alla fine degli anni ’50 del secolo scorso. Oggi non m’azzardo neppure a considerare quanto e quanto in peggio siano cambiate Sanità, Medicina e Professione.
Intruppatomi, e non se ne poteva fare a meno per un senso di isolamento che ci opprimeva, in una gloriosa Associazione, quella milanese dei medici “mutualisti” (AMMM) come allora si chiamavano i medici della mutua, oggi sussiegosamente rinominati convenzionati per la medicina generale, pur iniziando nel contempo la mia carriera ospedaliera (allora ci era ancora concessa questa libertà) fui chiamato nel Consiglio dell’Ordine nelle elezioni del 1975 dal battagliero Passaretti. Mi piaceva il rischio. Erano sedute infiammate e appassionate che terminavano nelle ore piccole della notte e ci costringevano a lasciare l’Ordine con una certa apprensione per le continue minacce rivolte al Consiglio e ai Consiglieri: la mattina, accompagnando i figli a scuola, le leggevo sui tazebao appesi ai muri del Policlinico. Ma questo non ci turbava, anzi, illusi come sempre, pensavamo di poter cambiare qualcosa per “salvare decoro e dignità della Professione”.
Passarono molte stagioni e scalai senza fretta la piramide ordinistica, avendo avanti a me molti valorosi Colleghi: dopo Passaretti, costretto a emigrare per le continue minacce (girava con il giubbotto antiproiettile), ricordo Bergonzini, ligure duro e spesso arcigno ma riflessivo, quindi il grande Anzalone, altro ligure altrettanto duro, gambizzato da Prima Linea, che ricordo con affetto per la sua grande dirittura morale, per la sua fermezza, per essere sempre rimasto alieno da ogni compromesso.
Arrivai poi io che, se devo dirla tutta, pur arroccato su posizioni di fermezza, poco potei fare per migliorare la nostra condizione svilita continuamente da amici e nemici che hanno parlato e parlano attraverso le leggi. A volte, confesso che ebbi la tentazione di aprire procedimenti disciplinari contro i laureati in medicina (non più medici) che siedono sugli scranni del Parlamento che poco o nulla hanno provato e cercano di fare un tentativo per salvaguardare decoro e dignità della professione.
In questo difficile contesto, l’Ordine di Milano si è sempre contraddistinto per il suo comportamento spesso – giustamente e non pregiudizialmente -oppositivo nei confronti di leggi dello stato o della regione che, giorno dopo giorno, tentano di svilirci anche con la complicità di medici e di qualche noto sindacato plaudente ogni iniziativa a ciò finalizzata.
La lista dei soprusi è lunga e riguarda sia la medicina generale che quella ospedaliera. Se per la prima le iniziative, quando demeritano, sono contrastate da un sindacato, per la seconda soffro quando vedo lo stato di assoggettamento del medico, unico artefice della diagnosi e della cura, ai famosi manager della sanità, non raramente incompetenti, che, uno dopo l’altro, affossano enti ospedalieri un tempo gloriosi.
La fuga dagli ospedali è sintomatica del malessere che pervade la classe medica e tutto ciò a danno di chi vi accede per necessità.
E vorrei anche aggiungere che, per definire la nostra resistenza a leggi e normative confliggenti con l’esercizio di una buona medicina, si è trovata la felice frase di “rito ambrosiano”.
Lascio con la speranza che, chi verrà dopo di me, continui a difendere i valori della professione e sia in grado di contrastare tutte quelle elucubrazioni, trasformate in leggi, che non raramente, facendo riferimento alle difficoltà economiche del momento, conducono al crollo dei nostri valori. Non dimentichiamo che non solo noi ma è il cittadino il principale soggetto passivo di tante vere e proprie angherie da cui nessuno lo difende.
Lascio ma non abbandono perché, dopo trentasei anni di Ordine, cercherò di starvi ancora vicino non solo con lo spirito ma concretamente. Soprattutto per i giovani che si affacciano alla professione.
E’ un commiato, con la speranza di interagire ancora con voi perché qualcosa di buono compaia, pur nel cupo scenario che ancora ci avvolge in questa fine anno 2011.