PROBLEMI IMPORTANTI E SONDAGGI CAPZIOSI
Ordine o non Ordine, Ordine o non Ordine, Ordine o non Ordine, … la margherita è quasi sfogliata quando, all’ultimo petalo - tac! -, cambia la domanda: … o Associazione?
E’ questa la sintesi di un sondaggio articolato in 5 domande presentato dalla dirigenza nazionale A.N.D.I. che, al di là di chi lo prospetta o chi risponderà, ci dà l’occasione di approfondire alcune tematiche cruciali per la professione. Tematiche che vanno oltre il non-problema di essere o meno favorevoli all’istituzione dell’Ordine autonomo degli Odontoiatri (come dichiarato nel titolo) e toccano la questione di fondo di quale tipo di organizzazione del sistema si voglia perseguire.
E’ infatti un non-problema chiedere se la professione odontoiatrica debba raggiungere l’autonomia ordinistica (la prima domanda) perché già dal lontano 1985 la legge 409 l’ha implicitamente stabilita creando una nuova professione: casomai, come ben spiega il parere legale accluso al questionario, il problema è perché fino ad oggi non ne siano state tratte le dovute conseguenze contraddicendo lo stesso dettato costituzionale.
E’ poi un non-problema, o meglio un problema mal posto, chiedere se la completa autonomia degli odontoiatri debba realizzarsi con un Ordine separato dai Medici o meno (la seconda domanda): in questo caso si gioca con il fraintendimento tra un Ordine inteso come istituzione e un Ordine inteso come appartamento con strutture annesse. Nessuno ha mai detto che l’autonomia ordinistica significhi cambiare sede, riducendo il tutto ad una questione di metri quadri e poco più da sovvenzionare con un immaginario aumento di quota (la terza domanda è se si è disposti a pagare di
più per avere un Ordine separato).
L’autonomia ordinistica significa invece adeguare uno strumento - perché questo è l’Ordine - a quelle che sono le esigenze (ecm, previdenza, adempimenti burocratici, ecc.) di una professione esercitata al 92% in regime libero professionale, al contrario della stragrande maggioranza degli altri operatori sanitari.
Uno strumento il cui fine più importante - bisogna sempre ricordarlo – è quello di garantire il rispetto del Codice Deontologico.
Posto che ci si creda nella necessità di un Codice Deontologico.
Perché, sia chiaro, la crisi ha insegnato che senza etica non si va avanti, ma anche che il sistema è duro a morire e che i furbi hanno buone possibilità di cavarsela: quando si parla di cogliere le opportunità bisogna allora sempre capire quale tra le due si intenda cogliere.
E’ questo il punto fondamentale del discorso introdotto dalle ultime due domande, se quell’Ordine garante del nostro codice etico, nell’attuale situazione di crisi, sia ancora necessario e se non sia il caso di sostituirlo con l’Associazione.
E’ una questione che al dunque non si può addolcire e che prevede lo sfogliare altre margherite rispetto a quella del sondaggio.
Una margherita per decidere se impegnarsi nel rafforzare regole etiche che diventino regole comuni (e quindi le istituzioni che le promuovono e le garantiscono) o arrendersi alla regole del capitale e di chi lo possiede, a cui subordinare ogni altro diritto, salute compresa (con la garanzia al massimo, se c’è un interesse, del prodotto professionalità).
Una margherita per decidere se sia necessaria una coscienza oggettiva, requisito indispensabile per la sopravvivenza della società, o è sufficiente una coscienza soggettiva intesa come fatto privato auspicabile, ma che nella pratica quotidiana viene dopo la capacità di usare i cavilli legali.
Una margherita per decidere da che parte stare nello scontro tra una società basata sul lavoro inteso come valore della persona ed una basata sul commercio a fine di lucro.
Ma soprattutto una margherita per decidere da che parte stare nello scontro tra chi crede nell’esistenza di una morale unica e chi crede che possa anche essere multipla, convinto che le proprie pubblicità, le proprie campagne promozionali, le proprie intese commerciali siano diverse da quelle, sanzionabili, di tutti gli altri.
Valerio Brucoli