Tutte le News

Canto Ambrosiano

novembre 23, 2010

“Non da molto tempo, la Chiesa Milanese aveva introdotto questa pratica consolante e incoraggiante, di cantare affratellati all’unisono delle voci e dei cuori, con grande fervore. Era passato un anno esatto e non molto più da quando Giustina, madre del giovane imperatore Valentiniano, aveva cominciato a perseguitare il Tuo campione, Ambrogio, istigata dall’eresia in cui l’avevano sedotta gli ariani. Vigilava, la folla dei fedeli, ogni notte, la chiesa, pronta a morire con il suo vescovo, il Tuo servo. Là, mia madre, ancella Tua, che per il suo zelo era in prima fila nelle veglie, viveva di preghiere. Noi stessi, sebbene freddi ancora del calore del Tuo spirito, ci sentivamo, tuttavia, eccitati dall’ansia attonita della città. Fu allora che si cominciò a cantare inni e salmi, secondo l’uso delle regioni orientali, per evitare che il popolo deperisse nella noia e nella mestizia, innovazione che fu conservata da allora a tutt’oggi e imitata da molti, anzi, ormai, da quasi tutti i greggi dei Tuoi fedeli nelle altre parti dell’orbe”.

Così scrive S.Agostino nel IX libro delle sue Confessioni, circa l’origine dell’innografia ambrosiana. Era la Pasqua del 386 (anno in cui, ricordo, aveva termina la costruzione della basilica di S.Nazaro) e Ambrogio, alla testa dei suoi fedeli, osava contrastare l’autorità imperiale che, fallito il tentativo di attribuire agli ariani la basilica Nova, aveva decretato dare a quelli la Domus Porziana. L’episodo è riportato anche dal biografo del grande vescovo, Paolino, “hoc in tempore primum antiphonae, hymni ac vigiliae  in ecclesia mediolanensi celebrari coeperunt”.

 

In realtà, le cose andarono diversamente: si può senza dubbio ammettere che fu il fatto, storicamente importante, della lotta contro gli ariani a fornire la data di inizio dell’innografia ambrosiana, antecedente, in verità, quel particolare momento e, anzi, già diffusa.

Sara opportuna, a questo punto, una breve, ampiamente riassuntiva esposizione delle origini della liturgia musicale cristiana.

Il germe di questa è considerata la cantillazione, forma particolare di lettura dei testi sacri comune a tutte quelle religioni fondate sulla verità rivelata:  è un dire jeratico, solenne, in cui il testo è tutto mentre la linea melodica , se già è possibile l’uso di un tale termine, si svolge su uno o due suoni. La parola genera ritmo e musica. Con un processo lento, la cantillazione occidentale. si fa canto: la musica viene a prevalere sul testo. Questa rudimentale liturgia si arricchisce vieppiù quando, del cosiddetto stile responsoriale, l’assemblea cristiana alterna, alla parola cantata dell’officiante, le sue risposte.

Alla cantillazione, allo stile responsariale, propri della chiesa precostantiniana, si aggiunge lo stile antifonario  in uso, forse, dal 350 in Siria: nell’antifona, la risposta ecclesiale si amplifica sino ad assumere l’importanza di un coro alternante.

La libertà di culto, con l’editto di Milano, dà inizio alla progressiva separazione della liturgia nei due rami, orientale e occidentale.

In Occidente, l’autorità papale tende (e l’opera sarà completata da S.Gregorio Magno) ad incanalare nell’alveo di un’unica ortodossia, le diverse liturgie locali (basterà ricordare il canto mozarabico ed il gallicano); in Oriente lo scarso peso di questa autorità, consente lo sviluppo ed il persistere delle consuetudini regionali. In Siria, proprio in quest’epoca, si andava sviluppando una fioritura di canti sacri, che impiegavano testi propri e in cui si abbandonava la monotonia sillabica della salmodia. Erano, questi, gli inni.

L’innodia cristiana ha in S.Efrem, diacono di Edessa, il suo creatore; in S.Ilario, vescovo di Poitiers, il suo diffusore e in S.Ambrogio colui che ne determina l’affermazione. All’autorità di Ambrogio si deve il fatto che il canto, che da lui prende nome, rappresenti oggi l’unica sopravvivenza, nell’ambito liturgico occidentale, delle primitive espressioni musicali prima della riforma unitaria del gregoriano. La diffusione ed il persistere del canto ambrosiano è, in parte, dovuta alla estrema semplicità sia del testo, a prescindere dal suo pur sempre elevato contenuto mistico, sia della linea melodica che, non raramente, era derivata da qualche melodia popolare. Le parole, nella pur bella versificazione, contenuto necessario della preghiera, scompaiono sostituite dalla voce che liberamente vocalizza: si pensi al gioco melodico intessuto sulle sillabe di Alleluja. “Qui jubilat, dice S.Agostino, non verba dicit, sed sonus quidem est laetitia sine verbis”.

Inni, jubilationes nella loro libertà esprimono democrazia musicale e liturgica contrapposta all’autoritarismo della riforma papale che, in questo settore, cercò di introdurre, e in parte vi riuscì, una codificazione. Sono le voci del popolo fedele cui si vanno progressivamente sostituendo le voci di una casta che si distingue, separandosi dalla ecclesia contemporaneamente allo svilupparsi di una partecipazione ormai passiva dei credenti.

Nel campo politico, non raramente, il gregoriano fu imposto ai popoli sottomessi, soprattutto dai re carolingi che, ciò facendo ambivano ed ottenevano l’appoggio papale. Si pensi, per esempio, alla scomparsa del canto gallicano sotto il regno di Pipino il Breve.

La Chiesa milanese, potente antagonista di quella romana, anche nelle sue leggendarie origini apostoliche, riuscì a mantenere le proprie forme liturgiche per la grande autorità dei suoi vescovi, germe dell’autorità del libero comune.

 

L’inno di S.Ambrogio ha forma strofica: ognuna delle otto strofe, tale è il numero costante, è formata da quattro versi di otto sillabe. La metrica classica non vi è del tutto abbandonata essendo però rappresentata da una metrica in cui gli accenti tonici dei versi coincidono con quelli delle parole. La linea melodica è semplice, ripetentesi, invariabilmente in ogni strofa. Gli intervalli fra nota e nota sono più liberi che nel gregoriano e nei vocalizzi si prediligono i procedimenti per gradi congiunti (ovvero per intervalli di seconda). La melodia può essere estremamente semplice: ad ogni sillaba per esempio corrisponde una nota oppure la strofa, monotonica offre, sull’ultima parola, anzi sull’ultima vocale, il pretesto per liberi vocalizzi. Talvolta ancora, si genera un tipo di melodia infinita, non conclusa o, meglio, conclusa sulla sensibile non seguita dalla tonica.

L’ambito in cui si snoda è spesso serrato con largo uso dell’intervallo di quarta discendente alla fine dei periodi; anche la struttura tonale non è sempre ben precisa.

La salmodia, altro elemento con l’antifona fondamentale della liturgia ambrosiana, è caratterizzata da un’inflessione melodica all’inizio ed alla fine di ogni frase, mentre la parte centrale consiste nella costante ripetizione di un’unica nota. La forma conclusiva è caratterizzata quasi sempre da un intervallo di quarta discendente (nel gregoriano prevale la quinta discendente).

Tra gli inni, il più famoso il “Deus creator omnium”:

 

Dio, creatore di tutto,

reggitore del cielo, che il dì, di luce e grato sopor la notte adorni

sicché le membra sciolte

il sonno rende preste

ricrei le menti stanche

disperda ansia e dolor

 

 

Nella cupa notte di Ostia, Agostino, che un tempo ormai lontano aveva avvicinato Ambrogio solo per la bellezza del suo eloquio, di nulla curandosi del contenuto, insonne per la morte della madre, trovava conforto solo nel ricordo di quest’inno.

Così Ambrogio parlava agli umili ed ai potenti.

 

                                                                                                                     Ugo Garbarini

Facebook Twitter DZone It! Digg It! StumbleUpon Technorati Del.icio.us NewsVine Reddit Blinklist Add diigo bookmark