in merito al restyling semantico del nuovo Codice Deontologico

26 agosto 2013
Caro Presidente Amedeo Bianco, Gent.li Colleghi,

leggo un interessante articolo sul Corriere della Sera del 21 agosto 2013 relativo al “restyling semantico” dell’approvando nuovo Codice Deontologico, articolo in cui, tra le altre cose, si magnifica la moderna e progressista conquista del chiamare il paziente “persona assistita”. Ho già manifestato le mie forti perplessità sul testo del nuovo Codice, anche a nome del Consiglio che ho l’onore di presiedere. Voglio però cogliere l’occasione offertami dall’articolo in questione per sottolineare che sono fermamente contrario a chiamare il paziente “persona assistita” o “cittadino” o mediante altre strane locuzioni. Il problema non è solo semantico, anche se, in linea generale, considero un male dei nostri tempi quello di edulcorare la lingua italiana con mielose espressioni politically correct, magari per guadagnare (maldestramente) qualche sparuto e fugace consenso sui media. Al di là della questione lessicale, quindi, il paziente, cioè chi patisce (vi ricordate, dagli studi di Storia dell’Arte, l’iconografia del Christus Patiens contrapposta a quella del Christus Pantocrator?), è colui che ha bisogno a 360° del suo terapeuta e del suo medico. Il rapporto tra queste due umanità è per forza di cose sbilanciato, almeno all’inizio, poiché chi si rivolge con fiducia ad un medico ha un problema di salute e spera di poterlo risolvere. È per questo che appare a mio avviso assolutamente calzante, anche e soprattutto da un punto di vista deontologico, l’utilizzo del termine “paziente”. Toccherà al medico, nei limiti del possibile, cercare di ripristinare l’asimmetria di questa relazione, con tatto e competenza ed ovviamente senza paternalismi. Abbastanza di recente sono stato io stesso paziente e la Collega a cui mi sono rivolto non mi ha certo freddamente “assistito” (termine più adatto ad un’attività sociale o di nursing). Non le chiedevo e non volevo questo. Volevo (ed ho avuto) competenza tecnica e capacità di immedesimarsi temporaneamente, ma con umanità, nei miei problemi di salute al fine di arrivare a formulare una diagnosi e una terapia il più possibile corrette. Questo, credo, dovrebbe fare un buon medico, senza preoccuparsi di terminologia e di semantica.

Con cordialità

Roberto Carlo Rossi

 

Leggi l'articolo di Margherita De Bac - Corriere della Sera del 21 agosto'13